Visioni dell'altro mondo
"C'era una volta un regno. Una terra sospesa fra realtà e immaginazione. Estesa fra il profilo aguzzo di montagne invalicabili e l'orizzonte aperto di un mare senza nome". Potrebbero iniziare in questo modo le mille storie tracciate dalla punta sottile e dal tratto raffinato di Fulvio Tomasi, incisore triestino. Anche se le sue montagne, un nome, l'hanno; e il suo mare pure. Dalle cime frastagliate delle Dolomiti ai lidi orientali dell'Adriatico, le favole di Tomasi portano, infatti, con sé il sapore magico delle leggende locali e il retrogusto amaro dei vecchi proverbi. Favole inzuppate di vita che lui ama raccontare così. Con dolcezza e ironia. Guardando alle cose con l'occhio curioso e il sorriso sarcastico di chi vuole scoprire dietro cosa c'è.
Quello che ne viene fuori è un mondo inatteso, dominato da inquietudini e fantasie; dove l'amore ha il volto di un re che ha sacrificato per esso il proprio regno (Domani non più) e la paura veste la maschera di un fantoccio che ci osserva nel sonno e ci fa, nell'incubo, stringere gli occhi e lo stomaco (La Pesantola). Popolati di figure visionarie, di animali fiabeschi e creature bizzarre, i racconti di questo giovane cantastorie beffardo si rivelano immagini emblematiche, figurazioni cariche di simbolismi, piccole parafrasi delle più assurde follie, delle manchevolezze che fallano, ogni giorno, il sipario, nella pièce dell'umana esistenza.
E, dietro le quinte, ecco allora una realtà che ha smesso i costumi dell'apparenza e svela ogni inganno. Verità indigeste che Tomasi affronta con garbo, senza clamori né denunzie aperte, ma esemplificandone il senso attraverso il suo immaginario di novelle allegoriche, affollate di personaggi dalle smorfie grottesche e dalla mimica eccessiva che sbuffano, borbottano, strabuzzano gli occhi e fanno capolino fra i pertugi bui di costruzioni instabili. Satirico sì, ma con ottimismo. "Sferzare per esorcizzare" sembra, in questo senso, lo slogan di una considerazione personalissima, maturata in bilico fra zelo e divertissement. Di una ricerca dai riflessi esistenziali che non affligge, ma aiuta a comprendere vizi e magagne e a cercare di porvi rimedio col piglio ironico di chi può ancora riderci su.
Stati d'animo, sensazioni, idee, dubbi e piccole manie si materializzano così in figure, ora buffe ora conturbanti; personificazioni stralunate del nostro modo d'essere al di là d'ogni finzione. C'è, allora, chi guarda agli altri di sottecchi e con fare truffaldino (Un simbolico gatto), chi ama starsene in disparte e denunciare ogni violazione della privacy (Embè?!) o chi, invece, preferisce affrontare ogni cosa a faccia aperta, senza mediazioni di sorta (Vis-à-vis). Un popolo, insomma, di metafore indovinate che hanno occhi grandi "per vederci meglio" e sorrisetti maliziosi che sigillano facili bugie. Da che parte stiano i buoni e da quale i cattivi, Tomasi non lo dice, e forse neppure lui lo sa. Tuttavia ci mette in guardia dagli onesti propositi e dai giusti sentimenti e, nella caotica, inesauribile dinamica del "pesce grosso che si nutre del più piccolo" (Vortice), suggerisce una via d'uscita: cercare, cioè, l'altro capo del filo d'Arianna.
Andare diritti allo scopo, scegliere la strada più breve e non sprecare, nel tragitto, troppe parole (Giro d'aria). "Parole a vuoto" che lui dice alimentino "pensieri a vuoto", distrazioni pericolose sulla strada del senso, da percorrere a testa bassa, senza lasciarsi intimorire dalle presenze misteriose che registrano ogni mossa, pronti a braccarci al primo passo falso. Presenze che sono occhi degli altri; occhi indiscreti, occhi insistenti, occhi impiccioni. Nuovi protagonisti di favole sempre più inquietanti, di storie per adulti, dove la magia ha lasciato spazio all'amarezza e il tratto morbido di quel sofisticato lavoro di cesello, che un tempo indugiava sulle criniere soffici di felini e affabili tigrotti, s'è fatto rigido e severo, calibrato nelle infinite varietà di grigi che modulano le superfici in fuga di complesse architetture. In giochi alternati di ritagli di luce e d'ombra sulla lastra, prende forma così un castello di carta fragilissimo e senza spessori, dove, fra archi e cunicoli oscuri, si muovono figure totemiche e silenziose (In sospeso), icone sinistre di un'ultima, verissima, fiaba.
Chiara Gatti |